Il tè e il Rinascimento italiano: La Storia del Tè in italia

I primi resoconti europei sul tè sono stati scritti in Italia durante il tardo Rinascimento, nel XVI secolo, periodo in cui la rinascita culturale e artistica era evidente in luoghi come Roma, Venezia e Napoli, tre città di grande ricchezza, potere e raffinatezza. La penisola italiana accumulava sempre maggiori conoscenze sull’Asia attraverso le sue influenti istituzioni politiche, religiose ed economiche (il Vaticano, i commercianti e i banchieri). I primi rapporti della Chiesa e la corrispondenza proveniente dall’Asia sono stati compilati e pubblicati a Roma – le descrizioni del tè si trovano principalmente nelle vivaci storie napoletane sull’Oriente e nei colorati diari di viaggio orientali di Venezia.

image1.jpeg
Roma

Roma sul Tevere

La Roma Vaticana esercitò una notevole influenza su tutto il continente europeo e su discrete parti dell’Asia. Nelle Indie Orientali l’evangelizzazione militante della Compagnia di Gesù ha unito le forze con i conquistadores spagnoli e gli avventurieri mercantili. In Europa come in Asia, i reciproci interessi del Vaticano e delle corti reali di Lisbona e di Madrid hanno iniziato a coincidere quando gran parte dell’Italia è caduta sotto il dominio della Spagna degli Asburgo. Come capitale della fede cattolica, il Vaticano ha richiesto una fedele obbedienza da quasi tutti i re e le regine occidentali. Inoltre, la lingua della Santa Sede è stata un’importante veicolo di comunicazione e di controllo, e quindi una fonte di potere per Roma. Il latino è rimasto, come nei secoli precedenti, la lingua franca dell’Europa colta, mentre il nascente italiano era la lingua più comprensibile. Grazie a un misto di intrighi e diplomazia, la città di Roma è stata il punto focale per i rapporti con l’intelligence straniera e per la diffusione della conoscenza. Il nunzio apostolico a Goa, l’ambasciatore del Vaticano nelle Indie, ha scritto lettere ufficiali per l’Italia, inviando rapporti annuali tramite le navi della Compagnia delle Indie Orientali di ritorno a Lisbona. Viaggiando per il Mediterraneo fino a Ostia e in seguito fino a Roma attraverso il fiume Tevere, le lettere delle missioni diplomatiche hanno iniziato a circolare; in poco tempo sono state pubblicate dal Vaticano in italiano e in latino, al fine di annunciare ai fedeli il successo della Chiesa in Asia e di diffondere informazioni sulle straordinarie scoperte d’Oriente.

Il Vaticano

image2.png
Vaticano

A Roma il Vaticano ha autorizzato la pubblicazione dei rapporti dei gesuiti dal Giappone per la promozione degli interessi cattolici in Europa, specialmente nel nord, dove i libri servivano a dimostrare ai cattolici e ai protestanti le attività di una Chiesa vigorosa e prospera. Quando vennero pubblicate, nel 1552, le lettere di Francesco Saverio e Alessandro Valignano hanno suscitato molto interesse e molte richieste di ulteriori informazioni. Il Superiore Generale della Compagnia di Gesù, Ignazio di Loyola stesso, si è fatto portavoce del desiderio dei lettori romani per l’inserimento in quelle pubblicazioni della “cosmografia di queste regioni”, e per ciò che riguardava “le altre cose che possono sembrare straordinarie e degne di nota, come per esempio i dettagli sugli animali e le piante che o non sono noti a tutti, o non di tali dimensioni, ecc…”. I resoconti dei gesuiti sul tè hanno soddisfatto in grande misura la curiosità dei lettori europei circa le piante esotiche, la medicina, e i costumi orientali. Il Chanoyu, il servizio cerimoniale giapponese del tè, è stato l’argomento che ha interessato in modo particolare i lettori. Nel 1591 il gesuita Alessandro Valignano, potente ambasciatore in missione in Asia, in compagnia di João Rodrigues, adepto gesuita che praticava lo chanoyu, ha fatto visita a Gamo Ujisato, regnate cristiano ed esperto di tè. Appena dieci anni prima, Valignano aveva già incoraggiato l’uso del tè per incrementare ulteriormente gli interessi religiosi e commerciali della Compagnia in quel territorio, istruendo i gesuiti in Giappone all’osservazione dello chanoyu, al fine di accogliere al meglio signori e funzionari giapponesi in visita.

image7.jpeg
Historarium Indicarum Libri XVI, 1588

Nel 1588 l’autore gesuita Giovanni Pietro Maffei scrive la “Historiarum Indicarum Libri XVI”, una sintesi latina delle missioni dei Gesuiti in Asia: in quest’opera viene descritto l’uso cinese del tè: “Anche se non estraggono il vino da vitigni come facciamo noi, [questi popoli] hanno l’abitudine di conservare l’uva come una sorta di condimento per l’inverno; essi ricavano una bevanda premendo da una certa erba un liquore molto sano che si chiama Chia, e che bevono caldo, come fanno i giapponesi. Il consumo di questa bevanda li porta a non conoscere il significato di catarro, pesantezza della testa, o stanchezza degli occhi, e a vivere una vita lunga e felice, senza dolore o infermità di qualsiasi tipo”.

Stampata a Firenze, la Historiarum è stata rapidamente ristampata e successivamente tradotta in italiano e in francese per la grande distribuzione in tutta Europa.

Nel 1589 il filosofo cattolico Giovanni Botero parla particolarmente bene del tè nella sua “Storia del Mondo”. Scrivendo sui cinesi e sulla sobrietà, dice: “hanno anche un’erba, dalla quale spremono un succo delicato, che loro usano come bevanda al posto del vino. Questa bevanda preserva anche la loro salute, e li libera da tutti quei mali che l’uso smodato del vino causa a noi”. Per quanto riguarda il Giappone, Botero si sofferma sull’arte del tè, che descrive come caro e delicato: “mischiano acqua con una certa polvere preziosa, e da ciò ricavano una bevanda molto dissetante: la chiamano Chia”.

Il tè e il Rinascimento italiano: Napoli

image2.jpeg
Napoli

Nel 1545 Napoli era la città più popolosa d’Europa e un importante porto sul Mediterraneo. Forte di una vivace storia marittima che risale al periodo greco-romano, Napoli è stata un centro culturale e commerciale sia nel periodo antico che medievale, e la vicina Salerno era altrettanto rinomata per la sua scuola di medicina. Nel 1224 il re Federico II, imperatore del Sacro Romano, fondò l’Università di Napoli, una delle più antiche istituzioni accademiche d’Europa. Duecento anni dopo, dal momento che il commercio con l’Asia scorreva tranquillo lungo la Via della Seta e era assicurato dalla pace con i Mongoli, re Roberto il Saggio poté saziare le sue curiosità sull’Oriente con l’acquisizione per la sua grande biblioteca di un nuovo testo, “Il Milione”, riguardante i viaggi del veneziano Marco Polo in Cina. Come capitale del Regno di Napoli, la città è stata per lungo tempo meta di emissari europei e asiatici, di viaggiatori, e della corrispondenza marittima in Italia. Nel corso del XVI secolo è stata intrapresa dai viceré nominati dalla Spagna degli Asburgo una vasta opera di costruzione e ristrutturazione di edifici, cantieri navali e fortificazioni. I ricchi mecenati della città hanno iniziato a creare collezioni d’arte, musei, biblioteche e giardini botanici, rendendo Napoli una delle grandi capitali artistiche e culturali d’Europa.

image5.jpeg
L’Universale Fabrica del Mondo, 1576

L’interesse per la cultura asiatica era già molto elevato grazie alle pubblicazioni romane delle lettere di viaggio dei legati vaticani. Con il tempo queste pubblicazioni vengono sostituite da libri di argomento storico, tra cui il più completo è il lavoro in quattro volumi “L’Universale fabrica del Mondo”, pubblicato nel 1576 dall’accademico napoletano Giovanni Lorenzo d’Anania. Il suo secondo trattato sulla storia del mondo affrontava il sapere contemporaneo dell’Asia, registrando anche il sorprendente arrivo di tre mercanti cinesi a Napoli durante il loro viaggio verso la Spagna e altri Stati europei. Nel trattato lo storico raccontava il fascino delle meraviglie naturali del lontano Oriente, la flora e la fauna, e descriveva il tè come sostituto giapponese dell’alcol: “…tutti quelli che non bevono il vino, prendono dell’acqua mischiata con una polvere molto morbida, che chiamano Chiam…”.

image6.jpeg
Museum of Ferrante Imperato, 1599

Forse ha descritto la struttura del tè come “dolce” o “morbida” dopo aver visto un’erba terrosa e in forma di polvere che era stata portata nel salotto letterario di Ferrante Imperato, farmacista e naturalista napoletano. Imperato era famoso per il suo “gabinetto delle curiosità”, una raccolta esemplare di storia naturale ospitata nella sua casa al Palazzo Gravina e illustrato nel suo libro “Dell’Historia naturale” del 1599. Celebre farmacista, Imperato ha importato varie spezie dalle Indie, tra cui il rabarbaro dalla Cina, così come i tè cinesi e giapponesi.

La Storia del Tè in italia: Venezia

image3.jpeg
Venezia

Situata in posizione strategica sul mare Adriatico, Venezia era una volta la città più potente d’Europa, e dominava il commercio via terra e via mare tra l’Occidente e gli imperi orientali di Bisanzio e il mondo islamico. A causa della perdita di Costantinopoli a favore dei turchi e dei tre decenni di guerra con l’Impero Ottomano nel XV secolo, il potere di Venezia è via via diminuito negli anni successivi, eclissato dall’espansione iberica in Asia e nel Nuovo Mondo. Eppure, anche dopo l’apertura delle rotte marittime portoghesi nelle Indie orientali, che di fatto concludevano il monopolio veneziano sul commercio asiatico, Venezia è rimasta un grande centro di scambio internazionale. Portale tradizionale per l’Oriente, l’influenza veneziana guadagnava comunque terreno e prosperità. Il complesso navale veneziano, l’Arsenale, è rimasto per lungo tempo il più grande cantiere navale nel Mediterraneo e in Europa, producendo i più moderni progetti navali, sempre all’avanguardia per armamenti e attrezzature. In tutte le più importanti città del nord Italia (Venezia, Firenze, Genova) erano al comando le potenti famiglie di bancari, che finanziavano la maggior parte del commercio europeo: i Del Banco, i Medici, e i Bardo. Mercanti ed emissari stranieri, in viaggio verso ovest via terra dall’Oriente alle capitali o alle corti europee, iniziavano i loro tour continentali a Venezia, che in questo modo veniva a conoscenza degli affari di stato internazionali e degli interessi commerciali stranieri. Infatti, Venezia era in costante competizione con Roma e con le altre città europee in quasi ogni ambito. La conoscenza a Venezia era come una spirale, concentrata in città e in seguito diffusa in forma di libri per tutte le parti del continente. I Mercanti, gli studiosi e gli stampatori veneziani eccellevano nella traduzione, nella raccolta e nella pubblicazione di informazioni. Le case editrici della città hanno avuto un ruolo fondamentale nella propagazione dei dati e delle opinioni: “prima del 1501, Venezia aveva stampato più libri di qualsiasi altra città europea, ed era eguagliata in Italia solo da Roma”.

image1.png

È proprio a Venezia che per la prima volta in Occidente viene menzionato il tè in un documento. È stato il magistrato veneziano Giovanni Battista Ramusio a saziare l’intensa curiosità con la quale gli italiani vedevano l’Oriente. Statista, storico e linguista, Ramusio ha tradotto in italiano vari resoconti di viaggi in Asia da parte di europei. La sua opera monumentale in tre volumi, “Delle Navigationi et Viaggi” (1550-1559), diffuse in tutto il continente varie rivelazioni sull’Oriente. Grande narratore, Ramusio ha intrattenuto i suoi lettori con le storie degli incontri personali con gli stranieri provenienti dall’Oriente. Riportiamo qui di seguito il racconto di uno di questi incontri.

Nel corso di una festa sull’isola di Murano, nella laguna di Venezia, Ramusio chiacchierava con un uomo chiamato Chaggi Memet, un mercante persiano proveniente da Yazd (oggi in Iran) in viaggio in Italia, che era appena tornato dalla Cina con una radice di rabarbaro. Sin dai tempi antichi l’Occidente considerava la radice del Rheum palmatum cinese come purgante e come medicina contro numerosi disturbi: come nessun’altra pianta prima di allora, il commercio europeo di rabarbaro cinese era estremamente redditizio. Ma invece di lodare il rabarbaro, Chaggi Memet colse di sorpresa Ramusio, raccontando che i cinesi tenevano poco in considerazione questa radice e la usavano come incenso, come combustibile, o come foraggio per i cavalli. Il persiano ha iniziato quindi a descrivere i poteri curativi del tè, e il veneziano ascoltava:

image4.jpeg
Rhubarb

“Poi vedendo il grande piacere che io e il resto della compagnia provavamo nell’ascoltare i suoi racconti, mi ha detto che in tutto il paese di Cathay facevano uso di un’altra pianta, o meglio delle sue foglie, che da quella gente veniva chiamata Chiai Catai [tè Cina], e cresce in un distretto del Cathay che si chiama Cacianfu [oggi Sichuan]. Questa pianta è comunemente usata e molto apprezzata in tutti quei paesi. Prendono questo tipo di erba sia secca che fresca, e la fanno bollire bene in acqua. Una o due tazze di questo decotto, assunte a stomaco vuoto, rimuovono febbre, mal di testa, mal di stomaco, dolore ai fianchi o alle articolazioni, e vanno bevute molto calde. Ha detto inoltre che questa bevanda era ottima per un’infinità di altri disturbi che non riusciva neanche a ricordare, ma che la gotta era uno di quelli. E se accade che ci si senta appesantiti nello stomaco per aver mangiato troppo, non si ha che prendere un po’ di questo decotto e in breve tempo tutto sarà digerito. Ed è così tanto apprezzato e stimato che chiunque fosse stato disposto a partire per un duro viaggio con lui fino al Cathay avrebbe volentieri dato (testuali parole) un sacco di rabarbaro per un’oncia di Chiai Catai”.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...